Quando i comunisti mangiavano i bambini

Tag

, , , , ,

images3

Ci sono espressioni la cui origine mi incuriosisce al punto da farmi sentire l’irrefrenabile desiderio di andare oltre. E’ questo lo spirito con cui mi sono approcciata all’approfondimento di questa espressione tanto spesso abusata e, secondo me neanche compresa, secondo la quale i comunisti mangerebbero i bambini. Premetto che il presente articolo non è connotato da alcun colore politico, cosa che mi piace sottolineare al fine di evitare inutili sprechi di energie che spesso noto sul web. Questo pezzo, invece, nasce all’interno di uno studio più ampio sulla storia russa e, in modo particolare, sul periodo della rivoluzione bolscevica del 1917 e della guerra civile che ne seguì provocando milioni di morti.

Proprio all’epoca della guerra civile, morire era diventato un fatto talmente tanto comune da causare la quasi “innaturale”, direi, assuefazione al concetto. In generale, i sette anni di guerra avevano reso la gente insensibile al dolore ed alle sofferenze altrui, determinando lo sviluppo, al contempo, di una violenza ed una crudeltà fuori dal comune. La gente moriva e uccideva per un nonnulla poiché la vita stessa aveva smesso di avere valore. Ad aggravare la già complessa situazione, determinata anche dalle misure economiche del cosiddetto comunismo di guerra, intervenne il seminatore di morte più efficace di quegli anni. La carestia del 1921 – 1922, accompagnata dalle epidemie di tifo e colera, riuscì a mietere circa cinque milioni di vittime. In tutte le regioni più gravemente colpite come quelle del Volga, i contadini affamati si ridussero a mangiare foglie, muschio, cortecce, paglia dei tetti, terra, escrementi di cavallo. Il bestiame rimasto veniva macellato e si dava la caccia ai roditori, cani e gatti. In questo contesto mortifero prende corpo l’espressione indagata in questo articolo. Infatti, ad un certo punto, la fame trasformò le persone in cannibali, un fenomeno molto probabilmente più frequente di quello che gli storici hanno ritenuto potesse essere poiché spesso i casi rimanevano ignoti. Ho avuto modo di leggere pagine veramente crude sull’argomento scritte da Orlando Figes nella sua monumentale opera dal titolo “La tragedia di un popolo: La rivoluzione russa 1891- 1924”. Lo storico, in un punto dell’indagine storica, riporta le confessione di un uomo, condannato per avere mangiato vari bambini: “Nel nostro villaggio mangiano carne umana ma non si fanno scoprire. Ci sono varie bettole, e in tutte vengono cucinati bambini piccoli da dare in pasto ai clienti”. La cosa che più di ogni altra colpisce come un pugno in pieno volto, al di là dell’atrocità in sé, è la naturalezza con cui il soggetto in questione descrive i fatti che non hanno nulla di naturale. Procedendo con la nostra breve analisi va rilevato che la situazione degenerò nell’inverno del 1921 con le prime nevicate che sottrassero alle persone anche gli ultimi surrogati di cibo per sfamarsi. Le donne dei villaggi, madri di piccoli affamati, tagliavano gli arti dei cadaveri per dare loro del cibo. “Le persone si nutrivano dei loro stessi parenti, spesso proprio dei bimbi piccoli che di solito erano i primi a morire e la cui carne era particolarmente dolce”.

Sempre a patire da quel terribile inverno, si registrò un ulteriore sconcertante fenomeno: dare la caccia alle persone per ucciderle e mangiarle. Ad esempio nella città di Pugacev per i bambini divenne sempre più pericoloso uscire la sera, perché con il favore del buio bande di cannibali avrebbero potuto ucciderli per mangiarli o venderne le carni. Nella regione di Novouzensk, infine, si registrarono casi di genitori che uccisero i figli piccoli, soprattutto femminucce, per nutrirsi o per dare da mangiare agli altri figli. Secondo molti storici, tali azioni furono il sintomo da una parte di una sorta di depravazione morale e di psicosi, dall’altra di una sorta di piuttosto discutibile direi forma di compassione. Infatti, secondo questa interpretazione, alla base di questi innaturali episodi di cannibalismo ci sarebbe stato lo stato di angoscia provocato dal vedere i propri figli morire lentamente di fame senza potere intervenire. Questa condizione psicologica avrebbe spronato la povera gente disperata a compiere gesti fuori dal perimetro delle regole di buon senso e a riscrivere una sorta di nuovo codice morale che li portò a giustificare l’atto di mangiare carne umana con la teoria in base alla quale non si trattasse di un atto delittuoso perché l’anima si era già separata dal corpo “che restava solo cibo per vermi della terra”. Inoltre, la smania per la carne umana che si scatenava una volta assaggiatala non era appannaggio di una classe sociale in particolare. In questo senso, al pari della morte, l’atteggiamento era piuttosto democratico. Spesso, rileva Figes “ in preda alla fame, ne cadevano vittima, dopo lunghi turni di assistenza prestata nella regione colpita dalla carestia, i medici i quali dichiaravano, anche loro, che l’aspetto peggiore di quella esperienza era proprio la passione smodata e sconfortante acquisita per quel cibo”. Non mi spingo oltre in questi racconti dell’orrore che farebbero inorridire anche un Guy de Maupassant. Rimane l’amara riflessione sulla natura umana e sugli orrori che accomunano, in ogni tempo e in ogni luogo, le guerre.